HOME

archivio NOTIZIE

Il vice di Maroni in Lombardia è anche primo cittadino in un comune del Milanese, dove trasforma il consiglio comunale in un'arena, mentre i trombettieri gli battono le mani. Scene da Sudamerica 

Mantovani lo sceriffo: al Pirellone litiga con l'assessore alla Famiglia e ad Arconate, dov'è sindaco, ordina ai vigili di buttare fuori l'opposizione. Poi insulta i cronisti

 

SENZA REGOLE - Il sindaco di Arconate Mario Mantovani (che è pure senatore, consigliere e assessore regionale, vicepresidente della Lombardia e coordinatore regionale del Pdl) si diverte a fare lo sceriffo in consiglio comunale, facendo cartastraccia delle regole

 

di Ersilio Mattioni

 

ARCONATE (Milano), 3 MAGGIO 2013 Mezzora di comizio contro i giornalisti che hanno osato criticarlo per le sue troppe poltrone, vigili urbani trasformati in buttafuori da discoteca, un maldestro tentativo di espellere l'opposizione dall'aula e un gruppo di trombettieri ammaestrati che batte le mani, incita il capopopolo e inveisce contro i cronisti in sala. Benvenuti ad Arconate, nel Milanese, dove il sindaco è il senatore Mario Mantovani, vice di Roberto Maroni al Pirellone, consigliere regionale e assessore alla Sanità, nonché coordinatore lombardo del Pdl, in quanto uomo di assoluta fiducia di Silvio Berlusconi. Sei poltrone, per l' appunto, che il numero due di Regione Lombardia non ha alcuna intenzione di mollare: "Lo so che sono incompatibile, ne sono consapevole. Ma continuerò a ricoprire tutti i ruoli finché la legge me lo consentirà. Me lo chiede la gente". E se lo chiede la gente (ma poi, quale gente?), non si può dire di no. Passi se non è umanamente possibile svolgere tanti lavori assieme, se la politica dovrebbe essere servizio e non occupazione selvaggia di ogni posto di potere disponibile, se stampa locale, blog e quotidiano nazionali (come Libero, mica il Manifesto) hanno fatto notare che il senatore dovrebbe mollare qualche seggiola. “Questi sono i giornalisti del fango”, tuona Mantovani domenica scorsa in consiglio comunale, mentre si discute di bilancio consuntivo. Ma è possibile che siano tutti impazziti? Viene in mente la barzelletta di un tizio che guida in autostrada e ascolta la radio. A un tratto la musica si interrompe e lo speaker con voce allarmata annuncia: “Attenzione attenzione, sulla Milano-Torino un folle sta guidando contromano”. Il nostro automobilista si guarda attorno preoccupato, perché sta percorrendo proprio la Milano-Torino. Così presta più attenzione. Poi esclama: “Come uno?! Qui tutti guidano contromano”.

 

Eppure Mantovani non è neppure sfiorato da un dubbio. E guai a chi osa dissentire. Come il capogruppo d'opposizione, Giuseppe Rolfi, che richiama il sindaco al rispetto della prima regola in un consiglio comunale: bisogna attenersi all'argomento in discussione e non si può trasformare il parlamentino locale in un'arena. Mantovani si irrita. Così ordina ai vigili di sbattere fuori l'oppositore che però non è uno sprovveduto e sa che ciò che non è consentito dal regolamento dell'aula. Lo dice ai vigili, che gli stanno intimando di uscire e che gli si sono avvicinati con aria minacciosa. Il sindaco-sceriffo si accorge di aver passato il segno e fa marcia indietro. Gli agenti della polizia locale, richiesti di un commento a fine seduta, rispondono serafici: "Noi eseguiamo gli ordini del capo". Una scena da Sudamerica, mentre la claque del vicepresidente della Lombardia si scortica le mani a furia di applausi.

 

Ci si chiede perché le istituzioni debbano essere mortificate in questo modo, perché si debba sempre fare carta straccia delle regole e perché un politico navigato come Mantovani - che ha attraversato la prima e la seconda repubblica, ha frequentato il parlamento europeo, il senato della repubblica e i palazzi del governo - non riesca ad abituarsi all'idea di una stampa libera. Da sempre allergico alle critiche, il coordinatore lombardo del Pdl mostra in questo periodo segni di nervosismo. Qualche giorno fa, negli uffici della Regione, è andato in scena un litigio furioso fra il vicepresidente lombardo e l'assessore alla Famiglia Maria Cristina Cantù (pupilla del governatore Maroni). Testimoni riferiscono che sono volate parole grosse, urla e insulti. Motivo del contendere: le nomine negli enti e nelle società regionali, comprese quelle dei vicedirettori generali e dei dirigenti dei 'Pirellini', ovvero le sedi territoriali sparse nelle province. E ancora, a far litigare Mantovani e Cantù, l'attribuzione delle deleghe che stanno sul confine tra gli assessorati alla Sanità e alla Famiglia. Qui si apre, anzi si riapre, la questione del presunto conflitto d'interessi che colpirebbe il vicepresidente lombardo, per vie delle nove case di riposo (che ricevono soldi dalla Regione) gestite da società cooperative anche da lui fondate e oggi nelle mani di suoi amici e parenti.    
 

 

ALTRI APPROFONDIMENTI

 

3 maggio 2013 - Caso Mantovani: il sindaco sceriffo, i trombetteri e le sei poltrone

 

28 febbraio 2013 - Elezioni, per il senatore Mantovani tre cene con 400 ospiti la sera del ‘silenzio’

 

 

TORNA SU