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Elezioni in Russia: il partito del presidente uscente stravince

PUTIN AL 63%: NON POTRÀ PIÙ FARE IL

 PRESIDENTE MA FARÀ IL CAPO,

COME E PIÙ DI PRIMA, IN UNA

RUSSIA POCO DEMOCRATICA

 

PRESIDENTE OMBRA – Una norma della Costituzione vieta a Vladimir Putin di farsi nominare presidente per la terza volta. Ma lui comanderà lo stesso. Nell’ombra, come quando stava al Kgb

di Ersilio Mattioni

 

MOSCA (RUSSIA), 3 dicembre 2007 – Trionfo annunciato di Vladimir Putin (55 anni appena compiuti, un passato nel Kgb e già due mandati da presidente) alle elezioni russe. Il partito del presidente uscente, Russia Unita, ha ottenuto il 63,3% dei voti secondo un primo scrutinio che è ancora parziale ma che lascia zero possibilità di recupero agli avversari. I comunisti sono all’11,5%, i liberal-democratici al 10% e Russia Giusta al 7,8%. In base a questo scrutinio  i due principali partiti liberali di opposizione non si allontanano dall’1%: Iabloko è all’1,2% e l'Unione delle forze di destra (Sps) all’1,1%. Entrambi sono alle spalle del partito agrario della Russia (2,5%). I rimanenti quattro partiti sono sotto l'1%. 

Fin qui i dati che consentiranno a Putin di continuare a guidare la Russia, dando stabilità politica all’ex impero che con lui è uscito dalla crisi e ora vuole tornare a crescere, a contare sullo scacchiere internazionale. Poi però ci sono le preoccupazioni. La prima: Putin non può essere rieletto per la terza volta presidente: lo vieta la costituzione. Eppure l’uomo non ha nessuna intenzione di occupare ruoli secondari. Farà il capo, come prima. Con una differenza: il suo potere sarà esercitato in maniera occulta. Impensabile in uno Stato democratico. 

E il punto è proprio questo. Se da un lato gli otto anni della sua presidenza hanno rappresentato una svolta per un Paese che, come detto, oggi è più stabile e più ricco, dall’altro quel Paese è molto poco democratico. Insomma, il prezzo della rinascita russa sembra essere stato pagato principalmente sul fronte della libertà, quella di stampa e quella dei diritti civili. Putin ha messo in atto l’occupazione delle televisioni, la cosiddetta verticalizzazione del potere (l'abolizione delle elezioni dirette per i governatori degli enti locali, ora nominati dal Cremlino) e la nuova nazionalizzazione, anche a colpi di compiacenti sentenze giudiziarie, dei settori strategici della nazione, idrocarburi in testa. 

In politica estera ha dialogato poco, soltanto se non poteva fare a meno. Ha gestito la guerra in Cecenia con il pugno di ferro, senza prendere mai in considerazione l’idea di regalare ai ribelli ceceni un’indipendenza che è nelle cose e nella storia. Ha minimizzato sulla tragedia del sottomarino Kursk e sui drammatici esiti delle prese di ostaggi da parte dei terroristi ceceni nel teatro Dubrovka di Mosca e nella scuola numero di Beslan, in Ossezia. E ha persino liquidato come normali fatti di cronaca i delitti eccellenti che hanno fatto scandalo nel mondo, dal caso Anna Politkovskaia a quello Aleksandr Litvinenko. 

Oggi l’ex agente del Kgb è più forte che mai. Le elezioni si sono svolte in un clima strano, sospetto, con tante pressioni e poca libertà. Ma il consenso di cui Putin gode fra i concittadini esiste. Quello, in ogni caso, è reale.

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