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Arconate, 9 giugno 2009

 

ELEZIONI COMUNALI: ANALISI DEL VOTO
Mantovani stravince col 66% e se avesse fatto la campagna elettorale, sarebbe stato un plebiscito. Peppo Rolfi strappa un 34% insperato alla vigilia
 

SINDACO COL 66% - Il senatore Mario Mantovani con l'onorevole Licia Ronzulli, neo eletta al parlamento europeo

di Ersilio Mattioni

 

ARCONATE (9 giugno 2009) - In politica i voti non si contano e basta: altrimenti sarebbero capaci tutti. In politica i voti si pesano, si calano nei contesti, si raffrontano e si analizzano. Ci vuole tempo, pazienza e una certa dose di acume. Noi ci proviamo. Ad Arconate il senatore Mario Mantovani ha vinto, anzi ha stravinto con oltre il 66%. E il suo sfidante, Peppo Rolfi? A conti fatti non ha sfigurato. E’ vero, ha raccolto poco più del 33% ma ha perlomeno evitato il temuto (dalla sinistra) plebiscito.

Insomma gli arconatesi, chiamati a eleggere il sindaco nel 2006 e nel 2009, hanno risposto allo stesso modo: due terzi dei voti a Mantovani, un terzo ai suoi sfidanti. I due appuntamenti elettorali, tuttavia, sono profondamente diversi. E lo sono per tante ragioni che è utile cercare di comprendere.

Nel 2006 Angelo Borsa sfidò un Mantovani all’apice della sua popolarità: il senatore (all’epoca ancora eurodeputato) era il sindaco uscente, dopo cinque anni di amministrazione che, piaccia o meno, hanno cambiato Arconate.

 

A tutto ciò si aggiunga un elemento da non sottovalutare: Mantovani si prodigò in una campagna elettorale vera, senza badare a spese. Gli appuntamenti furono moltissimi: comizi, feste, aperitivi, balli e cene durante le quali il sindaco uscente incontrò migliaia di cittadini. Mantovani scrisse a ogni famiglia e inviò addirittura un libro: L’Arconate che cambia, nel quale si raccontava il quinquennio di governo. La chiusura, poi, fu spettacolare: il concerto dei Dik Dik in piazza Libertà, con tanto di fuochi d’artificio finali. Anche i candidati della lista Grande Arconate si diedero un gran daffare, distribuendo materiale informativo e di propaganda, alla caccia di un numero elevato di preferenze.

Nel 2009, invece, abbiamo assistito a una campagna sottotono. Pochi gli appuntamenti, quelli essenziali. E pochi i momenti conviviali. Il Mantovani candidato sindaco di queste elezioni, inoltre, non era il sindaco uscente: il paese è stato retto da un commissario per otto mesi, a seguito delle dimissioni volontarie dei consiglieri di maggioranza.

 

Non tutti hanno apprezzato la scelta. E lo stesso senatore Mantovani, del resto, aveva messo in conto un calo di consenso (che alla fine non c’è stato). Cosa sarebbe successo se Mantovani avesse svolto la stessa campagna elettorale del 2006 e se i suoi candidati avessero fatto la stessa propaganda individuale? In politica, scienza inesatta, non avremo mai una risposta sicura. E’ comunque probabile che un 66% senza campagna elettorale vale almeno dieci punti in più.

L’occasione che Peppo Rolfi ha avuto fra le mani non era forse di quelle storiche ma era grande: affrontare Mantovani nel suo unico momento di debolezza rispetto al recente contesto arconatese. Batterlo sarebbe stato impossibile, rubargli un po’ di voti no. Invece non gli rubato neppure un voto.

 

E’ vero, anche il Pd ha fatto una campagna sottotono. Ma in questo caso gli ha giovato: la sinistra, consapevole di essere l’unica alternativa, si è limitata ad aspettare che un certo numero di arconatesi un po’ scontenti di Mantovani tracciassero la loro croce sull’unico simbolo sul quale avrebbero potuto tracciarla, non avendo altre alternative al senatore.

Rimane, il risultato di Mantovani, eclatante: nessun sindaco di centrodestra nel territorio riesce mai a prendere tutti i voti che Pdl e Lega prendono alle politiche, alle provinciali, alle regionali o alle europee. E’ come se, aprendo la scheda delle comunali, gli elettori si mettessero a ragionare in un altro modo. Mantovani invece, i voti del centrodestra, li prende tutti e ce ne aggiunge anche qualcun altro, la classica ciliegina sulla torta.

Arconate ha votato, liberamente, come sempre. Adesso il sindaco-senatore-sottosegretario può lavorare. Aveva chiesto lui ai suoi consiglieri di interrompere la legislatura dopo due anni e mezzo. E lo avevo fatto per una ragione precisa: essere sicuro di completare un programma ambizioso che comprende un centro sportivo, una casa di riposo, un cine-teatro. Se queste tre opere pubbliche verranno realizzate, Mantovani potrà dire senza tema di smentite di aver davvero rivoluzionato il paese. Lascerà cioè una città più bella, più vivibile, con più servizi. In un’espressione, con tutto ciò che serve.

 

Ci sono cinque anni tondi tondi per passare dalle parole ai fatti. In bocca al lupo, senatore!

 

 

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