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Arconate, 30 novembre

 

INTERVISTA, DA LEGGERE FINO IN FONDO, A ERSILIO MATTIONI

 

"Angelo Borsa? Un bluff, un pallone gonfiato. Politicamente parlando, s'intende. L'ho capito dopo pochi mesi. Ma ormai era tardi. Il Pd la pensa come me, al di là delle dichiarazioni pubbliche. Tant'è vero che non l'hanno voluto in lista". A distanza di tre anni e mezzo, Mattioni racconta la sua esperienza come consigliere d'opposizione. E rivela: "Tutti volevano sollevare Borsa dal ruolo di capogruppo. Mancò il coraggio. E poi ci furono due veti: della sinistra (che temeva un capogruppo più moderato) e della chiesa". E il futuro? "Non me ne occupo. Sono tempi da dilettanti allo sbaraglio. Mantovani è l'unico ad avere un'idea per Arconate. Piaccia o non piaccia, questa è la storia"  

 

UN'ALTRA PIAZZA, LONTANO DA ARCONATE - Piazza Amilcar Cabral, Mindelo, isola di Sao Vicente, Repubblica di Capo Verde. Era il luglio 2007, quando Ersilio Mattioni confidò all'amico Mirko Doni cosa pensava veramente di Angelo Borsa, definendolo "un grosso bluff, un pallone gonfiato". Gli amici di Capo Verde sintetizzarono queste espressioni in un'unica parola, ovvero "Girinoia". E' un termine intraducibile, per chi non parla il creolo...

a cura della redazione

 

ARCONATE (30 novembre 2009) - Sono passati tre anni e mezzo da quel 29 maggio 2006, giorno in cui Ersilio Mattioni, oltre a compiere gli anni, veniva eletto consigliere comunale d'opposizione, risultando il candidato più votato della sua lista. Una lista che, nelle intenzioni del candidato sindaco Angelo Borsa, avrebbe dovuto essere civica nel senso letterale della parola. E che invece si è presto trasformata in un veicolo nelle mani della sinistra per le sue campagne anti Mantovani. In quest'intervista Mattioni, rispondendo a un'altra intervista rilasciata da Borsa al Pd, parla della sua esperienza sui banchi della minoranza e racconta retroscena fino a oggi sconosciuti.

 

Direttore, cominciamo?

"Quando volete".

 

Promette di dirci tutta la verità?

"Non c'è bisogno di chiederlo. Comunque, lo prometto".

 

Cosa pensa di Angelo Borsa?

"Politicamente parlando è un nullità, nel senso che è irrilevante. E' un bluff, insomma. O meglio, un pallone gonfiato, perché pensa di sapere tutto, è insofferente alle critiche e discute sempre malvolentieri con chi non la pensa come lui. Poi però non ne indovina mai una, neppure per sbaglio".

 

Ma allora perché, nel 2006, si è candidato nella sua lista?

"Intanto, premetto che io avrei voluto Luciano Poretti come candidato sindaco. E tra i due, com'è evidente, non c'è proprio paragone. Ma poi hanno prevalso altre logiche".

 

Quali logiche?

"Se ve lo racconto, promettete di non ridere?"

 

Stavolta promettiamo noi, d'accordo. Quindi?

"Fu creato una specie di comitato di saggi per scegliere il candidato sindaco".

 

Come dice?!

"Ecco, lo sapevo. State già ridendo. Ma è proprio quello che è successo. Fu incaricato un comitato di saggi, dentro il quale era forte l'influenza di don Piercarlo Maggiolini, quando ancora non era diventato prete eh..."

 

Un aspirante prete per scegliere il candidato sindaco?

"Eh, che volete che vi dica? Lo so, è una roba da manicomio. Ma quelle erano le logiche e da quelle logiche scaturì Angelo Borsa. Il quale però, durante la campagna elettorale, sembrava il più moderato di tutti. Sembrava avesse un progetto da portare avanti, al di là del risultato".

 

Poi cos'è successo?

"Ha preso una scoppola di quelle potenti, trascinando tutti nel crollo. Ma va beh, succede. Fa parte della politica. Borsa invece non ha accettato la sconfitta, è come impazzito. Ha cominciato, nelle riunioni private, a insultare gli arconatesi per come avevano votato".

 

E lei cosa pensò? Sincero eh...

"Pensai che si trattava di un momento di scarsa lucidità. Poi dovetti ammettere, almeno a me stesso, la gravità della situazione. Eravamo allo sbando, senza guida, senza progetto, senza idee, senza iniziative. Ricevevo mille pressioni dai miei elettori. Mi dicevano di rompere, di fare qualcosa".

 

Perché non lo fece?

"Tentai. Prima di far ragionare la ciurma, senza successo. Poi di costruire un'alternativa, democratica, che nascesse dall'interno del gruppo. Secondo me bisognava cambiare capogruppo, definire una linea e costruire un nuovo progetto per Arconate".

 

Era l'unico a pensarla così?

"Affatto. A parole la pensavano quasi tutti come me. Mancò il coraggio di cambiare".

 

Si spieghi meglio...

"Una sera io e Luca Mantovani andammo a casa di Maurizio Gozzo. Tutti condividemmo la necessità di cambiare e proponemmo proprio a Gozzo di assumere la carica di capogruppo. Lui si prese qualche giorno per pensarci ma ci sembrò convinto. Ci disse che così non si poteva continuare. So che in seguito fu messa al corrente anche Roberta Monolo. Era il momento della svolta. Ma poi non successe nulla".

 

E perché?

"Ci furono due veti. Uno della sinistra: Peppo Rolfi e compagnia cantante temevano di perdere il controllo sulla lista civica, cosa che invece Borsa capogruppo garantiva. Intendiamoci, il Pd, su Borsa, la pensa esattamente come me, al di là delle dichiarazioni pubbliche. Ma in quella fase Borsa era il cavallo di Troia della sinistra: il suo compito era quello di distruggere la lista civica Insieme per Arconate e consentire poi al Pd di correre da solo, come unico sfidante di Mantovani".

 

Un piano riuscito alla perfezione...

"Direi proprio di sì. L'unico a non averlo ancora capito è proprio Borsa. Mentre Peppo Rolfi, con il cinismo tipico di chi viene dal Partito Comunista, ha centrato il suo obiettivo: entrare in consiglio comunale. Par fare che cosa, resta un mistero, visto che Mantovani non ha mai avuto un'opposizione più inconsistente di quella attuale".

 

Scusi direttore, ha parlato di due veti che vi hanno impedito di rimuovere Borsa dalla carica di capogruppo. Il primo della sinistra, e il secondo?

"Della chiesa, o meglio di una parte di essa. Borsa ha sempre avuto il parroco come sponsor e nel momento del bisogno, l'ha avuto come scudo. Non che la cosa mi scandalizzi. Sto solo descrivendo i fatti".

 

E voi vi siete lasciati intimorire dai quattro gatti del Pd e dalla chiesa? 

"Per carità, non certo io. Me ne frego di quel che pensano i preti, figuriamoci del Pd. Però non ero da solo a decidere".

 

Quando ha capito che Borsa era un bluff?

"Nel luglio 2007. Ero in vacanza a Capo Verde, per la precisione sull'isola di Sao Vicente. Una sera a Mindelo, in piazza Amilcar Cabral, l'ho confidato al mio caro amico Mirko Doni. Si parlava di politica arconatese e abbiamo fatto un'analisi, traducendola in portoghese per i nostri amici autoctoni. Da quella chiacchierata in poi ho avuto le idee sempre più chiare".

 

E i capoverdiani che dicevano?

"Ridevano. Poi hanno tradotto le nostre definizioni con la parola 'girinoia'. Ma non chiedetemi il significativo, perché è intraducibile, per chi non parla il creolo".

 

Oppure è meglio non tradurla?

"Ahahahahahahah..."

 

Qual è la differenza più grande fra lei e Angelo Borsa?

"Che io non ho bisogno di urlare quando parlo, per farmi ascoltare. sapete perché? Perché non sono un ruminante, sono sereno, sono contento della mia vita, del mio lavoro, della mia famiglia, dei miei amici, dei miei affetti, di tutto insomma. Non ho bisogno di odiare nessuno".

 

E la politica, non le manca?

"Ne scrivo tutti i giorni".

 

Ma non quella milanese o lombarda, e non quella scritta. Quella locale, quella attiva. Non le manca?

"Certo, mi è sempre piaciuto occuparmi del mio paese. Ma ora passo a Milano sei giorni su sette. Come potrei? E poi, questi sono tempi per dilettanti allo sbaraglio. L'unico ad avere un'idea per Arconate è Mantovani. Piaccia o no, questa è la storia".

 

Si considera ancora il miglior assessore alla cultura possibile?

"Certo".

 

Meglio anche di Maria Bernardi?

"Non fatemi entrare in questa polemica".

 

Perché no? Cosa ne pensa dell'ironia di Grande Arconate?

"Che hanno esagerato. Anche se era solo una battuta, l'ha trovata di cattivo gusto. Chi si candida, mettendo la propria faccia, merita sempre rispetto".

 

Ha letto l'intervista che Borsa ha rilasciato il Pd?

"Sì, l'ho letta".

 

Che ne pensa?

"Banalità, retorica da mercato, un po' di populismo. E un sacco di imprecisioni".

 

Borsa sostiene che lei si è ammorbidito nei confronti di Mantovani subito dopo essere stato eletto nel 2006 come consigliere d'opposizione. E sostiene che l'avrebbe fatto perché, dopo la sua elezione, Mantovani avrebbe ritirato una querela nei suoi confronti. Come stanno le cose?

"Borsa ha la memoria corta. Mantovani mi querelò nel 2003, per un articolo pubblicato su Diario. Non ci fu mai alcuna trattativa fra le parti e il processo cominciò, fino al ritiro di querela da parte di Mantovani, poco prima della sentenza. L'avvocato Caterina Malavenda, che mi seguiva per conto di Diario, me lo comunicò stupita e mi consigliò di accettare la remissione di querela, pur non avendola noi mai richiesta. Tutto questo succedeva all'inizio del maggio 2006, mentre le elezioni si sono tenute alla fine di maggio. Quindi, nel momento della mia elezione, non c'era nessuna controversia giudiziaria aperta. Ma sapete qual è il colmo?"

 

No, quale?

"Che Borsa lo sapeva benissimo. Lui, e tutti i candidati della lista, furono messi al corrente di quella querela, fino al giorno della sua conclusione. I casi sono due: o Borsa mente sapendo di mentire oppure ha la memoria corta, per non ricordarsi un episodio di tre anni e mezzo fa. In questo caso, gli consiglio le parole crociate".

 

Quelle della settimana enigmistica?

"No, quelle sono troppo difficili".

 

Però Borsa sostiene che lei non faceva opposizione...

"Altra bugia. Fui l'unico a condurre l'ostruzionismo al bilancio, per evitare l'innalzamento delle tasse comunali. Ero in aula a fare la battaglia, assieme agli altri consiglieri. Sa dov'era Borsa? Fuori a fumare la sigaretta. Detto questo, detto tutto".

 

Direttore, ci toglie due curiosità?

"Anche tre".

 

La prima: ha poi offerto il moijto a Giovanni Pasini?

"No, non è mai venuto a trovarmi. Ma sarò sempre pronto per offrirglielo".

 

La seconda: è vero che, quando era consigliere, facevate le riunioni d'estate in costume da bagno ai bordi della piscina della casa di Borsa?

"No, calma. Io, alle riunioni, vado sempre in pantaloni lunghi e camicia. Era Borsa che stava in costume e che, mentre si stava parlando, si alzava e andava a farsi un tuffo".

 

E lei cosa pensava in quei momenti?

"Posso non rispondere?"

 

Va bene, concesso. Però ci toglie l'ultima curiosità: è vero che lei definì Peppo Rolfi "un incompetente"?

"Verissimo. Da assessore all'urbanistica, fra il 1988 e il 1993, concepì il piano Sant'Antonio, sul ponte dei marinai, il quale prevedeva l'abbattimento di una delle ultime villette liberty di Arconate. Una decisione folle, contro l'arte, la storia e la cultura. Una decisione che soltanto un incompetente avrebbe potuto assumere".